IN VOLO
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Saliamo tutti sull’elicottero e ci stringiamo. Ci siamo tutti: io, il mio amico e le moglie, il Pusher (detto Pusher), il magico Ennio Doris con due guardie del corpo, i due Bamboccioni difficilmente distinguibili tra loro. Entrambi grassocci, in giacca, cravatta e camicia leggermente strabuzzata. Con capelli radi, corti, biondicci. Poi ci sono i tre agenti ex-SISMI Mario Scaramella, Rocco Martino e Igor Marini. Infine l’infermiere che è il primo a dire qualcosa che si distingue dal rumore assorfante delle pale e del motore. Pare che si rivolga a Pusher, quasi come a un consulente:
“Io ho fatto abuso di sostanze oppioidi nel contesto del mio orario di lavoro. Né prima né dopo ma durante. Ora sono in fase di disintossicazione e riabilitazione presso il SERT. Tutto sta andando bene, ma non mi pare si venga al dunque delle cause del mio abuso. Forse potrebbe trattarsi di stress prolungati di natura professionale, di turni e doppi turni molto severi, in particolare notturni. L’assunzione di sostanze era forse una forma di coping (adattamento) senza la quale faccio fatica a vedere alternative.”
“Ma che alternative?” Dice Pusher “Tu devi proseguire. Devi esserci. Devi tibiale. Devi proseguire. Che ne diresti di fare da cavia in qualche esperimento che avrei in atto… qualche nuova sostanza che vorrei introdurre sul mercato…”
“Senta lei…” Si inserisce uno dei due bamboccioni, quello un po’ meno biondo, che ha anche un neo piuttosto preoccupante e frastagliato sulla guancia destra”sarebbe mica disposto a pronunciare tali frasi davani ad una giuria composta di neri newyorkesi, latinoamericani chicanos, integralisti cristiani, calinghe, carpentieri…”
“senti tu,” dice Pusher “che ne diresti di essere squatato alla maniera di Flavia Gaetani, la monaca musulmana?”
“Oh Flavia…” si inserisce il mio amico “grande interpretazione di Florinda Bolkan e anche di della grande M. Casarès nel personaggio di suor Agata che vuole diventare papa.”
“Mi ricordo” dice mia moglie “un film denso di castrazioni, impalamenti, torture, stupri, castrazione di un cavallo, sodomizzazione di un ribaldo.”
Ora interviene anche il secondo bambocciate, rivolto a vecchio Doris, parla della difficile situazione in Birmania:
“Quando ho incontrato Lee som Yaung eravamo entrambi sulle strade di Rangoon, intenti a marciare per chiedere al governo di diminuire il pugno duro. Ad un certo punto vedo un monaco che mi si avvicina con sospetto e mi scruta qualche istante prima di chiedermi "cuit yuo a gutgf?" che tradotto in italiano significa: per caso tu sei un giornalista? Al momento sono rimasto spiazzato, avevo davanti agli occhi l'occasione più importante della mia vita, così dissi: sono un giornalista, certo!.Dal momento che lì i giornalisti venivano fucilati senza pensarci due volte, era alquanto strano incontrarne uno, così il monaco era rimasto piuttosto sorpreso. Quello che ancora non ho capito è perché ha chiesto proprio a me se ero un giornalista, forse la faccia da occidentale o forse ...boh.A quel punto con tutto il coraggio che ho in corpo, chiedo al monaco: ci staresti a rilasciare una breve intervista? Lui mi guarda e con aria spirituale rilassata mi risponde: facciamo questa intervista! Gli chiedo: allora sono parecchi giorni che marciate, siete riusciti a fare qualcosa per smuovere la situazione nel Myanmaar? Lui: assolutamente nulla, le cose vanno di giorno in giorno peggio...sembra che abbiamo fallito completamente nel nostro intento. Io gli chiedo:Lo sapete che avete gli occhi di tutto il mondo puntati addosso? E lui risponde: Sinceramente non lo sapevo, qui i giornali da un po’ di tempo sono scomparsi, ma in ogni caso mi fa piacere che il mondo sappia quello che succede quaggiù. L’unica cosa che mi fa arrabbiare è il fatto che nessuno ha ancora mosso un dito per aiutarci concretamente. Di solidarietà se ne può fare a valanga però quello di qui abbiamo bisogno è ben altro… A questo punto l’esercito inizia a sparare sulla folla e Lee viene colpito e si accascia a terra…”
La narrazione è stimolante ma alla fine vengo distratto dalla moglie del mio amico che intanto si rivolge all’infermiere, cita con ogni evidenza la Bibbia:
“Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. A quei tempi la parola “resurrezione” aveva un’accezione ben diversa da quella a noi nota di ”ritorno corporeo alla vita”. Leggendo bene, appare chiaro che la resurrezione è un fatto della vita che precede e non segue alla morte fisica. Un’attenta lettura del “miracolo di Lazzaro” narrato dal quarto evangelista conferma questa idea e appare, per altri versi, illuminante. Rammento che, secondo il Vangelo segreto di Marco, Quando Gesù arrivò sul posto dove era stato “sepolto” il corpo di Lazzaro ne udì le grida (ciò rende evidente che Lazzaro era in vita). Questa, insieme a molte altre circostanze nella lettura del “miracolo”, ci inducono a ritenere che la “resurrezione” nel contesto del tempo, dovesse essere intesa come una sorta di liturgia simbolica di iniziazione misterica, una morte e rinascita ritualizzate e simboliche, all’indice del rinnovamento spirituale, verso una nuova vita, un nuovo ruolo, una nuova missione, una nuova attuazione della volontà divina.”
Intanto una delle due guardie del corpo di Doris dice di Totti:
“e’ inconsueto che un trequartista verso la fine della carriera si trasformi così mirabilmente in una punta e vada anche a vincere la classifica dei marcatori.”
L’altra guardia non pare convinta di tale asserzione, forse in quanto juventina, lo si capisce dal tipo di basetta tagliata in maniera perfetta, un po’ corta ma non troppo.
L’ultima cosa che si sente è un accorato ma non troppo convinto intervento del mio amico sulla situazione nel suo insieme: Lazzaro, Birmania, Totti:
“O la Chiesa parla ai giovani o non parlerà più a nessuno, e i giovani chiedono gesti concreti e non teoria o bizantinismi. E soprattutto vogliono una Chiesa non ingessata sul passato, non basata su divieti e riprovazioni, non soffocata dal legalismo, ma impostata sulla fiducia e sul sorriso. Sulla speranza, insomma….
Per essere ricuperati, i giovani avrebbero soprattutto bisogno di un'educazione al dissenso, per imparare a esprimerlo in modo affettuoso, e quindi costruttivo. Trent'anni or sono, nel periodo della fioritura postconciliare, il dissenso era rigoglioso, e infatti la ricerca di rinnovamento si articolava in numerose pubblicazioni di frontiera, mentre nascevano nuove forme di comunità ricche d'inventiva. Ma tutto o quasi è stato scoraggiato e represso, e oggi prevale un silenzio che maschera atteggiamenti individualistici (mi faccio gli affari miei), i quali sono quanto di più lontano dall'insegnamento di Cristo. C'è stato, insomma, un itinerario che si potrebbe definire: dal dissenso al silenzio. Oggi molti pensano che non valga più la pena di protestare, perché hanno perso la speranza di ottenere risultati…. “
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